Negli scorsi giorni, a margine del Film Festival di Locarno abbiamo potuto incrociare Valerio Mastrandrea per fargli qualche domanda
HM: Valerio, cosa ha significato per te presentare Armony al Locarno Film Festival?
VM: Presentare un film a Locarno è sempre una grande emozione, soprattutto in Piazza Grande, davanti a un pubblico così numeroso e attento. È un luogo in cui il cinema viene vissuto come un’esperienza collettiva. Per chi ha lavorato al film è anche un’occasione preziosa per capire immediatamente se la storia riesce davvero a raggiungere le persone.
HM: In Armony interpreti un uomo abituato alla solitudine. Come descriveresti il tuo personaggio?
VM: Armony è un uomo di cinquantacinque anni, un ex camionista che ha scelto di vivere ai margini e di mantenere una certa distanza dagli altri. La sua quotidianità cambia completamente quando si ritrova a occuparsi della nipote Carlotta. Questo incontro lo costringe a uscire dal proprio isolamento e a confrontarsi con emozioni e responsabilità che aveva sempre cercato di evitare.
HM: Qual è, secondo te, il tema centrale del film?
VM: Il film parla soprattutto di famiglia, ma non necessariamente di quella tradizionale. Racconta come persone sole e molto diverse tra loro possano incontrarsi, sostenersi e costruire nuovi legami. È una storia sull’accoglienza, sulla responsabilità e sulla possibilità di cambiare quando qualcuno entra improvvisamente nella nostra vita.
HM: Come ti sei preparato per interpretare un personaggio così riservato e poco incline a esprimere i propri sentimenti?
VM: Ho cercato innanzitutto di non giudicarlo e di comprenderne i silenzi. Armony non è una persona che riesce a spiegare facilmente quello che prova: comunica soprattutto attraverso piccoli gesti, esitazioni e sguardi. Per interpretarlo è stato importante lavorare sulla sottrazione, evitando di rendere esplicito tutto ciò che il personaggio porta dentro di sé.
HM: Com’è stato lavorare con il regista Dario Albertini?
VM: Dario possiede uno sguardo molto umano e rispettoso nei confronti dei suoi personaggi. Racconta persone che spesso rimangono ai margini della società senza trasformarle in caricature e senza giudicarle. Sul set abbiamo cercato di mantenere questa delicatezza, lasciando spazio anche alla spontaneità e alle relazioni che si creavano tra gli attori.
HM: Che cosa ti piacerebbe rimanesse al pubblico dopo la visione di Armony?
VM: Mi piacerebbe che il pubblico uscisse dalla sala con una maggiore attenzione verso le persone che incontra. Spesso giudichiamo una persona o una famiglia in base alle apparenze, mentre i legami più autentici possono nascere nelle forme più inattese. Il film ci ricorda che prendersi cura di qualcuno può cambiare profondamente anche noi stessi.
HM: Ti faccio una domanda su un grande film che hai girato qualche anno fa, più esattamente 20 anni fa, "Palermo Milano – Solo andata" eri un giovane attore agli inizi della carriera. Che ricordo conservi di quel film e quanto pensi sia cambiato il tuo modo di recitare da allora?
VM: Conservo un ricordo molto affettuoso di quell’esperienza, perché ero giovane e stavo ancora cercando di capire quale potesse essere il mio posto nel cinema. Interpretavo Tarcisio Proietti, un agente di scorta, e lavorare accanto ad attori già affermati rappresentò per me una vera scuola. All’epoca recitavo soprattutto seguendo l’istinto; oggi possiedo maggiore esperienza e consapevolezza, ma cerco sempre di conservare la curiosità e la spontaneità di quel giovane Valerio.
HM: E da ultimo, cosa ne pensi del tuo ritorno Film Festival di Locarno?
VM: Credo che festival come Locarno abbiano un ruolo fondamentale, perché possono accompagnare e tutelare il percorso dei film più piccoli e coraggiosi. Non si tratta di protezionismo, ma di offrire spazio a un cinema italiano diverso, che spesso fatica ad arrivare al pubblico. Un festival dovrebbe aiutare questi film a essere visti, conosciuti e sostenuti anche dopo la loro presentazione.




Nessun commento:
Posta un commento