sabato 6 marzo 2021

Ryuichi Watanabe - New Old Camera

 

Foto di Gianfranco Iannuzzo

Intervista di Michele Gavazza


Abbiamo avuto il piacere di intervistare Ryuichi Watanabe, fondatore e anima di New Old Camera (NOC) a Milano; negozio di attrezzatura fotografica nuova, usata e da collezione, ma soprattutto spazio culturale condiviso sull’arte fotografica. Ecco cosa ci ha raccontato



HM: Quando è nata l'idea di NOC?

RW: Ero nel settore già da un po' di anni e sentivo la necessità di voler creare una bella “oasi” per gli appassionati, così nel 1997 con il mio ex socio Filiberto Migliore, un esperto di Nikon, abbiamo trovato un piccolo negozio in centro di Milano.
Poi da un piccolo negozio, sempre nella stessa corte, ho aperto una galleria fotografica per dare spazio ai giovani e un altro piccolo spazio dedicato al mondo Leica.
Ho creato così un “ombelico” fotografico nel cuore di Milano, una corte riservata e quasi nascosta, quindi le idee sono nate dal 1995 circa.
Il mio sogno però era di creare un ambiente fotografico, un grande spazio, non solo di vendita, ma di scambio culturale, oggi questo sogno con l’attuale sede è diventato realtà.
La nostra forza e attenzione è verso la cultura fotografica. Mantenere, trasmettere ciò che è stato, aiutare ciò che si affaccia per il futuro.
Oggi le immagini vengono utilizzate facilmente per tanti motivi e ben venga questa facilità tuttavia, se facessimo un passo indietro e facessimo il ragionamento sul "perché vuoi fotografare" e "che rapporto hai e avrai con quella immagine" comprenderemmo che dietro ogni immagine ci deve essere molto di più.


HM: Quali ricordi hai dei primi giorni di NOC?
RW: C’erano tanti negozi specializzati anche a Milano come Fotocamera, Artioli , Centro Foto Cine, Matuella, Photo Discount , Osservatorio ecc. in quei tempi. Non parliamo anche nelle altre città come Roma, Torino ecc. c’erano tanti negozi e tantissimi veri specialisti con grande esperienza e conoscenza, quindi i primi tempi di NOC ho continuato a pensare come diventare uno dei veri punti di riferimento nel settore .


HM quando guardi una fotografia o un lavoro fotografico (mostra, libro) cosa ti colpisce, cosa noti subito?
RW: Cerco di affrontare ogni opera, ogni libro, togliendo ogni pensiero, senza preconcetti, come guardare con gli occhi di un bambino, per ricevere il vero sentimento di chi ha prodotto, se riesco percepire le voci forse come mormorio dei sentimenti significa che in qualche modo sono in sintonia, quindi il mio atteggiamento non è quello di notare ma di cercare di ricevere.



HM: Da NOC negli anni sono passati tantissimi fotografi e molti maestri della fotografia, c'è ancora qualcuno che ti farebbe piacere conoscere?

RW: Ogni incontro con i fotografi è una vera fortuna e un’ arricchimento personale, quindi più famosi o meno non ha nessuna importanza, perché i fotografi professionisti sono coloro che affrontano “la fotografia” con tale serietà e profondità in qualsiasi momento della giornata, perennemente. Logicamente toccare con mano la loro arte mi regala tante informazioni importanti per poter “migliorare” il rapporto personale con questa cultura.
Non sarà possibile ovviamente però mi piacerebbe scambiare due parole con ad esempio: André Kertész, Eugene Smith, Richard Avedon. Fortunatamente ho tanti amici fotografi (giganti della fotografia italiana) che ancora mi raccontano la loro esperienza con questi grandi maestri, in effetti una delle mie gioie è ascoltare dei rapporti di amicizia che i grandi fotografi hanno avuto con i giganti del passato. Ogni loro racconto è un patrimonio preziosissimo da conservare e tramandare in qualche modo.


HM: Sei a Milano dagli anni 80, quali sono i cambiamenti che ti hanno più colpito in questi 40 anni nella città?

RW: Credo che tanti aspetti sono migliorati sicuramente, Milano è diventata una città più Europea sia dal punto di vista strutturale che culturale; ma è altrettanto vero che la standardizzazione di questo tipo le ha fatto perdere identità, comprendo comunque che sia un processo inevitabile. Quello che più dispiace è l’omologazione puoi trovarti a Milano o in altre città del mondo e vedi gli stessi negozi, i soliti oggetti.
Mi ricordo gli anni ‘80 quando si teneva la fiera degli Obei Obei a sant’Ambrogio e arrivavano i rigattieri con oggetti stupendi, e poi la fiera campionaria di quei tempi con tutte le novità mondiali. Negli anni ’80 inoltre ovunque sentivo parlare con forte accento milanese e spesso in dialetto , oggi si sente molto meno.



                                          

NOC - Lo staff con le famiglie in viaggio in Sicilia


lunedì 22 febbraio 2021

Sara Lautizi - ANAM

 


intervista di Michele Gavazza

Una breve intervista a Sara Lautizi in arte ANAM. La talentuosa pittrice, con all’attivo numerose mostre personali, ha risposto alle domande di Hashtag Magazine.

HM- Come e quando è nata la tua passione per la pittura?
SL- Fin da bambina ho capito di avere il talento nel disegno, facendo delle riproduzioni che vivevo come un gioco e nello stesso tempo provavo piacere nel creare.
Quindi la mia passione non è nata in un momento preciso ma direi che mi ha sempre accompagnato la dote.
Per quanto riguarda la pittura ho iniziato a conoscere le varie tecniche all'istituto d'arte e lì ho appreso che tra le varie tecniche, soprattutto la pittura ad olio,era lo strumento che risuonava meglio col mio essere.

HM- In quale occasione hai pensato che potesse diventare un mestiere?
SL- Ho cominciato a pensare che avrebbe potuto essere il mio lavoro verso i 17 anni.
Più che mestiere avevo capito che questa "maledizione" del fare arte mi avrebbe accompagnato per tutta la vita.
Verso i 20 anni ho cominciato a vendere i miei primi pezzi e in quel momento avevo una visione dell'artista in costante fase maturativa, come se sapessi delle difficoltà che questo mondo si porta dietro nel vivere solo d'arte. Ora a 30 anni, ho compreso sia a livello razionale che emotivo che è possibile farlo di mestiere con tutte le difficoltà che ne conseguono.

HM- Da cosa trai ispirazione?
SL- L'ispirazione mi nasce dalle varie comprensioni o domande giornaliere portandole su tela. Il processo è molto difficile da spiegare a parole. E' come se in un momento della creazione ci fosse un blackout. All'inizio io artista compongo un'idea progettuale del quadro che voglio svolgere (per esempio: faccio delle bozze dove decido di mettere la figura principale al centro, pensando al colore più giusto da usare e strutturando gli altri elementi che dovrebbero comporre il quadro in modo equilibrato) e poi nel momento della creazione succede quello che io chiamo blackout, la mano che tiene il pennello va "da sola" e tutto quello che prima ho progettato viene stravolto da qualcosa di istintivo, e l'opera si compone da sola. Molto spesso mi stupisco di quello che ho dipinto, come se non fossi stata io a dipingerlo. La creazione per me è un rituale magico perchè a volte il messaggio arriva a me attraverso l'opera e non viceversa.

HM- Come lavora una pittrice nel 2021?
SL- Io personalmente posso dire che in quest'epoca tutto scorre molto velocemente, bisogna fare attenzione a tutto quello che esiste, soprattutto in rete, per poter dare quotazione al mio lavoro. Molto di quello che troviamo secondo me sporca il concetto di arte che ho io, soprattutto riguardo la pittura. L'arte che viene proposta porta spesso con sé l'obiettivo di stupire subito, istantaneamente, come un qualsiasi post sui social in cui tutto è sputato, visto e messo da parte in favore di qualcos'altro che possa sembrare più "originale". C'è poca osservazione, poca ricerca, poca anima. L'analisi di un'opera si sofferma poco sulla narrazione, sulla comunicazione dell'essere umano, con tutte le imperfezioni e peculiarità che ci animano.
Io dipingo ad olio, e già il processo è di per sé molto più lento rispetto ad altre tecniche. Non cerco di fare qualcosa che possa piacere alla massa, ma il mio scopo è essere più limpida possibile nel messaggio che voglio comunicare. Non partecipo a molti progetti che mi vengono proposti perché capisco che non sono veramente interessati a quello che faccio ma sarebbe solamente un'altra medaglia da mettere in bacheca, che ho per altro pagato io.





giovedì 21 gennaio 2021

Black Movie - Festival Internazionale dei Film Indipendenti


Testo di Clara K. Fischer
 

A due giorni dall’inizio, anche il Black Movie di Ginevra (co-diretto da Kate Reidy e Marie Watzlawick) si allinea al resto degli eventi cinematografici e sposta online il programma, mantenendo però invariate le date della sua 22ma edizione (dal 22 al 31 gennaio).

E’ un festival unico nel suo genere in Svizzera, che si fa fedele ad una cinematografia del Sud e dell’Est del mondo, portando sguardi solo apparentemente lontani al pubblico svizzero.

Saranno 84 i film che potranno fare breccia nelle nostre case, di cui 41 lungometraggi e 43 cortometraggi, con una prima europea e 54 prime svizzere, il tutto suddiviso in sette sezioni tematiche curate ad hoc dall’équipe del festival.

Nei suoi 22 anni di esistenza, il festival si è fatto conoscere ed ha fra i “suoi” registi alcuni fedelissimi che anche quest’anno torneranno con le loro ultime produzioni, fra cui Tsai Ming-Liang (con Days), Hong Sangsoo (con The Woman Who Ran) e Sion Siono (con la prima europea di Red Post On Esher Street), registi che portano sicuramente spessore alla programmazione, che però non è da meno se si scorrono ianche gli altri titoli presenti sul nuovo sito web.

Si potranno anche visionare film di formato differente, come DAU. Degeneration des Russes, di I. Khrzhanovskiy e I. Permyakov, della durata di 6 ore e 30 minuti, o The Death of Cinema and My Father Too dell’israeliano Dani Rosenberg, dove la linea fra realtà e finzione si fa via via più smarcata.

Come ogni rassegna di questo tipo, anche il Black Movie si fa forte di programmazioni collaterali ma non meno imporanti come il Petit Black Movie rivolto ai più piccoli e le tavole rotonde, proposte anch’esse online, in cui è importante sottolineare la possibilità di rivedere il documentario Los años de Fierro di Santiago Esteinou, il cui protagonista è stato liberato ma mai assolto, dopo 40 anni passati nel braccio della morte in Texas.

I premi saranno 5: il premio della Critica (della cui giuria sono contenta di far parte), il premio Payot Petit Black Movie, il premio dei Giovani, il premio dei Bambini e quello dei Volontari.


blackmovie.ch/2021/

domenica 17 gennaio 2021

Rossana Carraro - Nata per cantare

 

foto e testo di Michele Gavazza

Intervista alla talentuosa interprete Rossana Carraro, ecco cosa ci ha raccontato

HM: Qual è il primo disco che hai comprato?

RC: Il primi disco importante per me, in realtà l'ho avuto in regalo, e sotto forma di musicassetta: mia zia mi regalò Music Box di Mariah Carey, e mi si aprì un mondo!Non ricordo esattamente il primo che acquistai personalmente, ma tra i primi acquisti ricordo due dischi di Eva Cassidy (Time after time e Live at the Blues Alley) che comprai durante un viaggio in Australia, e che mi segnarono molto musicalmente.

HM: In che momento hai pensato voglio fare la cantante?

RC: Non c’è stato un momento preciso, ma piuttosto un desiderio che è diventato consapevolezza e che ha preso forma mentre già stavo percorrendo, senza saperlo, la strada. La musica è parte di me da sempre, anche se nessuno nella mia famiglia è musicista di professione. Una fase importantissima della mia formazione musicale fu quella del coro gospel/jazz in cui cantai dai 15 ai 22 anni, con repertorio molto vario e complesso. I miei studi universitari (Discipline della Mediazione Linguistica e Culturale) mi portarono a fare una bellissima esperienza di Erasmus in Inghilterra, dove entrai nella compagnia universitaria di musical, ed ebbi l’opportunità di confrontarmi con ragazzi che studiavano discipline artistiche ad alti livelli. Tornata in Italia, decisi di prendere lezioni di canto, e da lì nacquero i primi concerti e le prime collaborazioni… e più stavo sul palco e lo condividevo con altri cantanti e musicisti, più prendeva forma in me il desiderio di continuare a seguire questa strada.

HM: Quando ti sei resa conto che sarebbe diventata una professione?

RC: Decisi di puntare su me stessa e farla diventare una professione (o meglio, la mia unica professione) quando iniziò a diventare insostenibile portare avanti concerti, lezioni di canto (come docente) e il lavoro che avevo in ufficio. Dovetti quindi fare una scelta che molti definirebbero pazza, ovvero lasciare il mio posto a tempo indeterminato in ufficio e dedicarmi totalmente a questo, decidendo di credere nelle mie possibilità. Nel momento in cui fui scritturata per il cast ufficiale spagnolo del musical Priscilla, Reina del Desierto, e mi trasferii a Madrid per due anni, mi resi conto che avevo fatto bene ad essere coraggiosa.


HM: Hai collaborato con tantissimi musicisti, potendo scegliere con chi vorresti cantare?

RC: Spero di non sembrare retorica nel dare questa risposta, ma… non ho un nome particolare (sempre che Stevie Wonder non sia all’ascolto, in tal caso… :D ). Finora ho avuto l’opportunità di condividere il palco con grandissimi musicisti e cantanti, sia come corista sia come solista. Quello che desidero ora è poter continuare a crescere artisticamente e umanamente, e vivere esperienze musicali di alto livello, in cui vengano valorizzate la musica dal vivo e le competenze di chi la fa.


HM: Qual è il genere musicale che senti più tuo?

RC: Ho sempre fatto della versatilità il mio punto di forza, perché mettermi alla prova in ambiti diversi mi ha sempre divertito molto. Al primo Locarno Guitar Festival, nella stessa sera, siamo passati dai Led Zeppelin agli Incognito, passando per Gary Moore e i Beatles! Ultimamente mi sto divertendo molto con lo swing italiano degli anni ’40 (nel 2018 è uscito con Azzurra il disco Whisky Facile, con la mia formazione “Gatsby Swing Quartet”. Se proprio devo scegliere, diciamo che preferisco i generi in cui la voce può esprimersi ed esprimere qualcosa, quindi mi scosto un po’ dalle ultime produzioni trap e affini.









lunedì 4 gennaio 2021

Roberto Pellegrini - La fidanzata del vero

 Approfittiamo per pubblicizzare la mostra fotografica di Roberto Pellegrini, eccezionale fotografo ticinese. L'esposizione  "La fidanzata del vero” è visitabile allo stabile della Biblioteca cantonale di Lugano Viale Carlo Cattaneo 6, 6900 Lugano, Switzerland.



Orari di apertura: lun-ven10:00 -18:30, sabato 09:30 -15:30, fino al 23 gennaio 2021
Per informazioni: bclu-segr.sbt@ti.ch (si consiglia di annunciarsi per la visita) 





sabato 19 dicembre 2020

UN CLASSICO CONTEMPORANEO: IL MAESTRO OSVALDO COLUCCINO SI RACCONTA. Fra musica, poesia e arte

Intervista di Elisa Pozzoli Testori foto di Osvaldo Coluccino


Mi capitava di incontrare il Maestro nelle sue passeggiate solitarie per le vie del centro di una città di provincia, dove risiedevamo ormai da qualche lustro. Riuscii a intervistarlo per l’emittente locale nel 2010, in occasione di una rassegna di tre concerti di musica classica contemporanea al Teatro Galletti a Domodossola: un viaggio sonoro nell’universo di Osvaldo Coluccino, in tre magiche serate organizzate per la prima volta nella città dove egli aveva messo radici, e che non lasciò indifferente il pubblico in sala. Chissà perché lo schivo e riservato compositore e poeta non ha mai trovato in Ossola lo stesso calore che ha sempre trovato fuori provincia e all’estero!? Opere musicali gli sono state commissionate per es. dalla Biennale di Venezia, dall’Orchestra Sinfonica Nazionale della RAI, dal Teatro La Fenice di Venezia, da Milano Musica (Teatro alla Scala), dalla Compagnia per la Musica in Roma ecc. e sono state eseguite in sedi prestigiose nel mondo, dal Festival de Royaumont di Parigi in coproduzione con IRCAM-Centre Pompidou, alla Milton Court Concert Hall della prestigiosa Guildhall School of Music & Drama di Londra, al Museo Egizio di Torino, al Museo del Novecento di Milano, al Festival Cervantino in Messico, all’Università di Parigi e a quella del Kentucky, al conservatorio superiore di Malaga, a San Francisco, Seul, Lubiana, Odessa... Nella sua sensibilità d’artista, nel suo animo ecologista, ho incontrato un uomo in comunione con la Natura e votato all’Arte, e ne è nato un rapporto di profonda stima e amicizia che ci lega ancora oggi e dal quale è scaturita l’intervista che segue e che trae spunto dalla recente uscita della sua nuova pubblicazione di un libro, “Scomparsa” – tragedie in versi, edita da Puntoacapo, novembre 2020. 



EP: Nella vita, così come nella carriera di un artista, dopo i successi, le emozioni, le afflizioni, segue una fase nella quale nasce la necessità di fermarsi, per catalogare, riflettere sul percorso fino lì compiuto, e questo momento solitamente giunge negli anni della maturità... Dei tuoi quattro libri di poesia inediti ne è appena uscito uno scritto molti anni fa,“Scomparsa” con tutto il tuo teatro in versi...

OC: Hai ragione, sebbene per me quel momento non sia ancora giunto. Mi sono sempre ritagliato momenti di “rallentamento” durante i quali sistemare, organizzare e cercare di trovare uno spazio pubblico per la mia opera, ma credo che, in alcuni casi, compositori e artisti possano dare la loro massima intensità proprio nella ricerca rarefatta dell’età matura, per fare nomi altisonanti basti pensare a Cézanne, Tiziano, Rembrandt, Beethoven, Luigi Nono e tanti altri. Per la poesia la vedo un po’ diversa, penso a giovani poeti folgoranti e al fatto che andare oltre ciò che elargirono non sarebbe stato necessario. Questo non è valido per tutti i poeti né tutti i lettori, ovviamente. 

Quanto alla mia ultima pubblicazione... Stavo cercando una collana specifica per il teatro contemporaneo in versi, non pareva facile. Poi vidi che era nata – presso un editore il cui interesse principale è la poesia, cioè Puntoacapo Edizioni – la collana di teatro “Persona” diretta da Paolo Valesio (saggista, già docente ad Harvard, Yale e ora professore emerito alla Columbia University di New York)... E da tale connubio il libro è potuto venire alla luce.

Scritto 30 anni fa ma nel cui valore, come negli altri tre libri per ora ancora inediti, ho sempre creduto; non sono opere a scadenza. Smisi di scrivere poesia tanti anni fa per dedicarmi esclusivamente alla composizione musicale, ma ciò non significa non essere più poeti. 

Prossimamente dovrebbe venire alla luce un altro dei miei libri rimasti inediti, sotto forma di libro d’artista in poche copie numerate, in collaborazione con un artista importante. Un precedente libro d’artista era nato dalla collaborazione con Marco Gastini, un grande artista, scomparso nel 2018 (per es. presente in permanenza al Museo d’Arte Moderna di New York proprio con un libro d’artista degli anni ’70). Il progetto grafico era del designer Franco Mello, che annovera nei suoi progetti alcuni dei più valevoli libri d’artista italiani. Fummo invitati a presentarlo alla Galleria d’Arte Moderna di Torino.

Scomparsa credo sia un libro con mistero, stile, emozione, dolore... ma bisogna avere l’umiltà e la pazienza di saper aprire i propri pori della percezione e saperlo scoprire lentamente con reiterate letture nel tempo.


EP: Nell’800 il poeta romantico P.B. Shelley definiva i poeti i legislatori misconosciuti del mondo. Che cos’è per te la poesia e quale dovrebbe essere il ruolo del poeta nella società attuale? 

OC: La poesia può avere un range di valore che va da zero a valore inestimabile. I grandi poeti sono fenomeni della natura, come delle gemme che potrebbero spuntare qui o là e lungo divaricazioni temporali imprevedibili, e la grande poesia è un dono per l’umanità, la quale necessita anche di tale nutrimento, la poesia potrebbe possedere delle potenti peculiarità di “colpire” l’animo che musica e arte hanno in modo differente seppur di pari livello.

Nella società attuale il ruolo è lo stesso, sebbene il linguaggio sia cambiato (oltre che, come in ogni epoca, essere molteplice), e chiede uno sforzo da parte degli appassionati, soprattutto nel cercare ciò che vada bene per loro stessi, nell’essere selettivi, tuttavia sforzo ripagato dalla sensazione di freschezza ed emozione che l’offerta contemporanea regala. Una persona intelligente, che vive nelle contraddizioni e vivezze del proprio tempo, non si lascia fagocitare dalla paura del nuovo in arte. Certo, oggi la delicatezza di certa poesia va a subire lo scotto della semplificazione e della sbrigatività tipiche del nostro tempo vorace; e non è raro sentire considerazioni, in cui non credo affatto, tipo che la musica pop sia la poesia dei nostri giorni. Ci sono tante forme espressive, e si rivolgono ad appassionati del genere.


EP: Ma com’è che un compositore rispettato dai critici più temuti o eminenti e al quale giungono commissioni di opere dai teatri e dai festival più blasonati del mondo, si trova a risiedere in una città di provincia fuori dai circuiti musicali più importanti e lontano da chi sa apprezzare la sua arte?

OC: Ti dò tre motivazioni: 1) Per un compositore del mio tipo, che non è musicista interprete, in teoria va bene risiedere in qualsiasi posto, si tratta di un lavoro interiore e appartato, alla ricerca del silenzio; 2) Sono nato qui, nella mia adorata famiglia, poi vissi a Milano fra 1982-1985 quando ero studente universitario, pensavo di fermarmi lì, ci stavo bene... ma poi tornai qui proprio perché sentii la necessità di appartarmi in una ricerca solitaria profonda come artista; 3) soprattutto formai qui famiglia e curai qui decine di gatti abbandonati, ecc. 

Certo, ora che sono rimasto solo, non lo so più.

Apriamo una questione a lato di ciò: così come nella tua introduzione leggo il tuo – diciamo – “velato dispiacere” riguardo il mio mancato spazio d’artista qui dove viviamo, e dato che colgo in questa tua domanda una punta di sensata provocazione, darei qualche chiarimento: 

Sgomberiamo il campo dalla mia figura, e parliamone un attimo come fatto oggettivo e generale. Ebbene non è mai un problema dell’artista essere ignorato o peggio, nel luogo dove nasce e vive, ma, a seconda dei punti di vista e in alcuni casi, potrebbe essere un’occasione persa per la comunità. La mancata attenzione “istituzionale” verso figure culturali residenti in circoscritte aree e nel tempo in cui vivono (qui abbiamo avuto Contini, Fornara, Cavalli, Ciolina), è questione annosa e che bisognerebbe girare a chi ha il compito amministrativo per la cultura e di chi è direttore artistico di associazioni culturali di quell’area geografica. L’artista fatica, dà, e basta, di prassi gli artisti di un certo tipo non si aspettano nulla per loro stessi, non cercano plauso dai loro concittadini né compiacimento né palchi per sé, vogliono solo donare o condividere un bene se ciò è gradito e soprattutto se viene chiesto loro; e se è vero che alcuni miei colleghi nelle cittadine e metropoli dove risiedono sono invitati con orgoglio a svolgere attività artistica, è pure vero che alcuni artisti di ogni epoca che porto nel mio cuore, nel luogo dove vivevano non venivano considerati. Vige da sempre il simpatico proverbio, no?... Individualmente ci sono sempre e ovunque persone interessanti affamate di arte anche sotto forma di novità e sperimentazione, ma non è in loro potere di cosa poter giovare o meno. Possiamo considerare valido il possibile responso di soggetti con responsabilità decisionali, del tipo: «A me ciò non piace, non lo capisco, quindi non piacerebbe al pubblico»? È loro compito soppesare e vagliare l’opera d’arte, fosse essa anche sul genere di Fontana di Duchamp o di 4:33 di Cage?

Come ricordi tu, nell’arco dei miei 58 anni ebbi solo un invito nella mia città, nel 2010, da parte dell’allora Assessore alla Cultura Luca Albini. Lo ricordo con affetto, una brava e professionale persona. Non lo conoscevo prima, mi contattò per dirmi che sapeva dei miei meriti artistici e mi propose di organizzare, con pochi soldi, una piccola rassegna. Portai a Domodossola per es. il Quartetto d’Archi del Teatro La Fenice, e il teatro Galletti era quasi pieno, e il pubblico, venuto anche da via, rimase incantato dal livello espressivo non comune dei musicisti e pure dagli accostamenti fra Beethoven e autori d’oggi, come Kurtag, inoltre invitai dalla Germania due dei musicisti più prestigiosi a livello internazionale per la musica d’oggi, ospitai il video-artista Claudio Sinatti (prematuramente scomparso), il musicologo Paolo Repetto, e infine allestii una mostra. Il mio compenso richiesto per una organizzazione faticosa, e come artista, fu zero euro.


EP: Bisogna dire che è comunque una esperienza complessa ascoltare una composizione di musica d’arte contemporanea...

OC: Sarò in parte provocatorio: non la penso così. Cosa ci aspettiamo dalle arti? Significato, spiegazione, rappresentazione riconoscibile, consolazione? Specificamente per la musica d’arte ci attendiamo regole armoniche appartenenti al passato, melodia, swing che ci faccia muovere la gamba? Intendiamoci, va benissimo tutto ciò, c’è offerta per tutti i gusti, e ognuno di noi deve scegliere la musica che va bene per se stesso, pop, rock, jazz, classica... Tuttavia, tornando a parlare di musica classica contemporanea, cioè quella suonata dagli stessi musicisti che suonano per es. Mozart e di séguito per es. Edgar Varèse, l’approfondimento dell’ascoltatore nel tempo, la concentrazione, l’ascolto con mezzi adeguati (no audio dello smartphone o del pc) potrebbero portare pian piano a far sentire tali espressioni come assolutamente naturali, emozionanti a volte, come normale evoluzione della musica classica nel tempo, come giustezza espressiva della nostra epoca. Dobbiamo anche renderci conto che gli stessi storici della musica e dell’arte e della letteratura che scrivono per es. di Bach, Caravaggio e Leopardi lo fanno con passione anche per autori d’oggi.


EP: Come musicista dove ti senti più a casa e a quale teatro, festival o manifestazione sei più legato? 

OC: La mia presenza per l’esecuzione di musica mia è stata più diffusamente a Venezia, Milano, Firenze e Torino (ma anche per concerti a Roma, Teatro Lirico di Spoleto, Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea, alla mostra internazionale itinerante Manifesta a Trento, nella casa-castello del poeta Ezra Pound a Merano, e a Lucca, Brescia, Perugia, Cagliari, Alba, Forlì, Trieste, Avellino, Treviso, Sassari, nella sede di pregevoli avvenimenti culturali di Villa Ghirlanda di Cinisello Balsamo, nel borgo di Panicale, a Maccagno...), e in sedi quasi sempre dalla valenza storico-artistico-architettonica speciale; e due anni fa il mio lavoro con l’Orchestra del Teatro Comunale di Bologna mi ha fatto assaporare una città in cui mi sono sentito a mio agio. 

Per registrare il mio disco con i quartetti d’archi, nel 2010 stetti alcuni giorni di séguito al Teatro La Fenice di Venezia, e devo dire... gran belle sensazioni. Poi ci tornai nel 2016 su commissione del teatro. E coi musicisti dell’Orchestra RAI, all’Auditorium RAI Toscanini di Torino, entrambe le volte, 2008 e 2015, mi trovai in sintonia. Il concerto più emozionante e potente... quello nello Statuario del Museo Egizio, nell’ “attrito” fra antichissimo e modernissimo.


EP: Cosa pensi del fatto che nel nostro Paese, l’Italia, la musica sia considerata più come intrattenimento che non come forma di cultura?

OC: È un peccato, ed è stato un cammino regressivo. Occorrerebbe un lavoro meticoloso di sensibilizzazione. Mi auguro avverrà, io lo seguirò dall’aldilà.


EP: Tra le tante collaborazioni, ricordo ad esempio con Stefano Agosti che nel 1990 ti ha scoperto come poeta e poi le sinergie musicali con Fabrizio Ottaviucci, Roberto Fabbriciani, ma anche con Franco Battiato, solo per citarne alcuni, ecco quale tra queste ti rende più orgoglioso e chi consideri come i tuoi maestri da un punto di vista artistico?

OC: Con Stefano Agosti, considerato unanimemente un grande studioso (per es. ricevette la Légion d’Honneur per i suoi studi critici, nonché figura eminente di Cà Foscari ecc.), dopo che scoprì la mia poesia e ne scrisse in più occasioni, iniziò un cammino di amicizia. Per la musica mi scoprì lo storico della musica Luigi Pestalozza, un uomo per bene, di grande dignità. Entrambi, così come altre figure rilevanti della cultura internazionale, vennero a trovarmi a casa, e feci loro visitare Domodossola. 

Ricordo l’amicizia con Mimma Guastoni, direttore delle edizioni Ricordi dagli anni 80 del Novecento a fine secolo, poi passata all’inizio del 2000 alle edizioni di musica classica di RAI Trade, la quale, dopo aver sentito mia musica in concerti a Milano, mi accolse in quelle edizioni. 

Per stare sui nomi che citi, Ottaviucci è un sensibile pianista con cui ho delle affinità, ha suonato in vari concerti la mie “Stanze” con intensità e delicatezza; e con Roberto Fabbriciani, uno dei più importanti flautisti al mondo, abbiamo lavorato per un disco di mie composizioni per flauto pubblicato a Vienna. È nata amicizia con entrambi. 

Battiato, che citi, così come anche l’amica Alice, appartengono alla mia vicenda, direi, giovanile, di artista rock, la mia esperienza che iniziò a 13 anni e terminò da ventenne... Presi subito dopo (anche durante) una strada diversa, trovai la mia strada (e studiai moltissimo), ed è solo per questo motivo che nella mia biografia appare solo “compositore e poeta”, sebbene sia grato a Battiato, Alice e Francesco Messina.

I miei maestri? Alcuni esempi: i compositori fiamminghi del XIV e XV secolo, poi Gesualdo da Venosa, Beethoven specialmente quello degli ultimi quartetti e sonate, Schubert, Anton Webern, Nono; Giotto, Masaccio, Piero della Francesca, van Eyck, Giorgione, Vermeer, Cézanne, Giorgio Morandi; Rimbaud, Mallarmé, Char, Kafka...


EP: Nuove opere musicali in previsione?

OC: Al momento sto lavorando a un album con tre brani molto impegnativi per strumento solo ed elaborazioni elettroacustiche, con tre rinomati musicisti classici, uno di Bruxelles, uno di Berlino e il terzo brano è ancora da scrivere. 

Concerti recenti: il duo viennese Stump-Linshalm alla Konzerthaus Klagenfurt, Ilaria Baldaccini all’Oratorio del Museo del Duomo di Lucca, mentre è stato rinviato quello alla Certosa di Firenze (sede di straordinarie opere di Pontormo ecc.).


EP: La solitudine non scelta ma imposta ancor di più in questi tempi di Covid, come ha cambiato il tuo modo di comporre?

OC: In nessun modo, cerco sempre di dare il massimo, chiudendomi in casa a creare. Il dovere di ognuno di noi è svolgere bene il proprio compito, operaio, impiegato, panettiere, medico, infermiere, artista... Certamente sappiamo che i concerti ora sono stati impediti, è cambiato questo.


EP: «Chi non bada a ciò che mangia, difficilmente baderà a qualsiasi altra cosa» chiosava lo scrittore inglese del diciottesimo secolo Samuel Johnson... Tu da anni sei vegetariano. Una scelta dettata anche dall’amore incondizionato che senti per gli animali? 

OC: Solo da quello. Sin da bambino mi sono sempre sentito molto male all’idea che creature viventi sensibili, rispetto alle quali siamo solo diversi fisicamente, vengano imprigionate nei modi più terribili, venga tolto loro il senso della vita come fossero oggetti e vengano poi macellate ogni istante di ogni giorno e come se ciò fosse normale (in natura buoi, galline, asini, cavalli, conigli, agnelli, gli intelligentissimi maiali, anatre ecc. ecc., vivrebbero negli spazi verdi e con le loro regole e i loro cuccioli). Gli allevamenti intensivi sconvolgono profondamente il mio animo. Sono 40 anni giusti che non mangio né carne né pesce e da anni non più uova e bevo buonissimo latte di soia, e in vita mia sin che ho potuto ho aiutato centinaia di animali abbandonati.

Esula dalla tua domanda, ma certamente mi urge sottolineare che il mio sconvolgimento è enorme per es. per i Lager nazisti e per ogni altra forma di violenza e sopraffazione di esseri umani contro altri esseri umani. Confesso che non mi piace continuare a sentire luoghi comuni tipo: «Coloro che amano gli animali dovrebbero invece pensare alle persone...». Io ho conosciuto persone che, a prescindere, non aiuterebbero mai direttamente i propri simili (caduti in difficoltà) e altre che invece aiutano direttamente il prossimo (e non significa fare donazioni ad associazioni, è altra faccenda) e che ammiro molto.


dicembre 2020






domenica 13 dicembre 2020

Michele Guaglio - la musica nel DNA

Intervista di Elisa Pozzoli - Foto di Alessandro Prolo


Elisa Pozzoli ha intervistato per Hashtag Magazine il maestro Michele Guaglio.


Dalle valli ossolane ai palchi dei più prestigiosi eventi musicali internazionali: una chiacchierata in tempi di Covid, con Michele Guaglio, bassista quarantaduenne con la musica nel  DNA. Un diploma  con lode al Conservatorio di Como, tanta gavetta, innumerevoli esibizioni live fino alle collaborazioni con i più importanti artisti del panorama musicale mondiale: da Mel Collins  alla Vic Vergeat Band  con la quale ha aperto i concerti per i  Blues  Brothers e James Brown.


EP: Cosa rappresenta per te la  musica e quale è stato il tuo primo ricordo musicale ?

MG: Sono nato in una famiglia di musicisti e per me la musica è tutto. Ricordo ancora quando  a 7 anni i miei genitori mi regalarono una tastierina con la quale suonavo a orecchio, nella mia cameretta  per  ore. La prima esibizione  è stata con il violino quando frequentavo  la scuola media a indirizzo musicale.

Ho fatto di questa passione un lavoro che mi ha aiutato a superare anche le difficoltà della prima fase Covid. Ho creduto profondamente all'utilità anche sociale di proporre musica dai balconi durante il primo lockdown. Era un appuntamento quotidiano che mi ha aiutato   e sostenuto molto  anche psicologicamente. La prima fase aveva  congelato praticamente noi professionisti dello spettacolo e questo mi aveva  profondamente abbattuto, ma grazie  all'amore per la musica sono rimasto a galla.


EP: E se non avessi fatto il musicista ?

MG:Mi sarebbe piaciuto disegnare o fotografare ad alti livelli, ma disegno malissimo e non sono un gran fotografo!


EP:Quale consiglio daresti ad un giovane che intende intraprendere la carriera musicale?

MG: Ai miei allievi della scuola " Make Music " ( associazione fondata insieme a Marco  Cassone e Marco Laurini )  consiglio sempre di non fermarsi al primo risultato che si ottiene ma andare sempre oltre: occorre studiare  con dedizione  perché il talento non  basta. È importante investire nella formazione. Oggi è cambiato il modo di fare musica e fruirne e ciò va a discapito della parte live , visto che è più difficile fare musica dal vivo ma vi sono   anche dei vantaggi, ovvero  puoi mettere in rete un tuo video che può essere visto  in tutto il mondo. Ad esempio ho ricevuto commenti positivi  per un mio video, anche dal Giappone. Trent'anni fa sarebbe stato impossibile. E " Lots of Time " il mio primo disco da solista ha ottenuto delle buone posizioni nella classifica dei singoli categoria Jazz di ITunes Germania.


EP: Chi sono stati i tuoi maestri artistici?

MG: Devo molto per la mia formazione a Riccardo Fioravanti,  straordinario bassista, a Ramberto Ciammarughi e al mio conterraneo, Fabrizio Spadea.


EP: Hai collaborato con famosi artisti, chi ti ha emozionato di più ?

MG: La scarica di adrenalina più intensa l'ho provata  suonando in diretta  Rai davanti a milioni di persone. Ricordo sempre con emozione quando suonai con la band di Vic Vergeat in apertura al concerto di James Brown a Piacenza e Udine. A Locarno abbiamo aperto il concerto dei mitici Blues Brothers, e tra le altre collaborazioni ricordo in particolare quella con Mel Collins,  sassofonista dei Dire Straits. Ero in auto con Mel, diretti a Lugano per un concerto e ascoltavo con lui " Alchemy Live" il disco che ha fatto con i Dire Straits. È stato pazzesco !


EP: Per i 40 anni della scomparsa di John Lennon hai partecipato con Alex Gariazzo, Marco Benz Gentile e Roberto Bongianino ( "Smallable Ensemble") ad un evento sulla pagina Fb di Andrea Scanzi, a cui hanno partecipato tra gli altri anche Edoardo Bennato, Mario Biondi, Alberto Fortis, i Counting Crows...

MG: È stata una boccata d'ossigeno anche per noi artisti, fermi da molti mesi. E anche un orgoglio vedere la scritta "Domodossola" da dove suonavamo, accanto alla scritta di altre città di tutto il mondo. È stata una grande emozione. Con gli "Smallable Ensemble" abbiamo in fase di registrazione un disco omaggio a John Lennon che uscirà tra qualche mese.






 

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