Presentato in anteprima mondiale al 79° Locarno Film Festival nella prestigiosa cornice di Piazza Grande, "Il Cileno", diretto da Sergio Castro-San Martín, è un’opera intensa che unisce il dramma intimo della memoria al ritratto storico dei conflitti politici degli anni Settanta. Frutto di una coproduzione tra Italia, Cile e Svizzera, il film racconta l'esilio e il trauma collettivo attraverso una prospettiva personale ed evocativa.
La trama, liberamente ispirata alla vicenda reale di Aldo Marín, segue un giovane militante socialista ed esperto in esplosivi che, nel 1976, scappa dal regime di Pinochet dopo le proteste dei minatori in Cile. Rifugiatosi a Torino durante gli anni di Piombo, Aldo (interpretato da Camilo Arancibia) cerca di integrarsi e ricostruire la propria vita, schiacciato dal peso dello sradicamento e dai fantasmi della patria. La sua routine quotidiana cambia drasticamente quando incontra Luciana (Sara Serraiocco), una dottoressa legata agli ambienti anarchici che pratica aborti clandestini. Luciana gli prospetta la possibilità di ricongiungersi con la propria famiglia in cambio del suo talento nell'arte di fabbricare bombe, riaprendo così una ferita profonda tra la ricerca della pace e il richiamo della lotta ideologica.
Tra i principali elementi di forza dell'opera spiccano la regia e la scrittura, curate dallo stesso Castro-San Martín insieme a Simona Nobile. Il regista adotta uno stile essenziale e rigoroso, con una macchina da presa che resta costantemente vicina ai volti e ai silenzi dei protagonisti. La prova recitativa di Camilo Arancibia offre un'interpretazione trattenuta e sofferta, supportata da un solido cast che include Sara Serraiocco, Gaetano Bruno e Lorenzo Richelmy. Anche il comparto tecnico gioca un ruolo cruciale: le musiche di Zeno Gabaglio e la fotografia d'atmosfera riflettono efficacemente il senso di isolamento, mentre la cura sonora restituisce la tensione costante vissuta dall'esule.
Sul fronte delle criticità, la narrazione adotta un ritmo deliberatamente denso e sospeso che può mettere alla prova chi cerca una struttura drammatica più convenzionale. Inoltre, alcune dinamiche dei personaggi secondari rimangono accennate sullo sfondo per dare priorità all'esplorazione psicologica del protagonista. In conclusione, "Il Cileno" si rivela un lavoro maturo sul tema della memoria storica, dell'identità e dell'impossibilità di recidere del tutto il legame con la propria terra. Un'opera toccante che si inserisce perfettamente nella tradizione di Locarno nel far emergere narrazioni capaci di interrogarci sul presente.
Am 7. August 2026 feierte Ich ist ein anderer von Felix Randau seine Premiere auf der Piazza Grande in Locarno – jener grossen Freiluftbühne, die zu den bekanntesten Spielorten des Festivals zählt. Für Randau, der Regie führte und gemeinsam das Drehbuch schrieb, war es nicht der erste Auftritt am Festival: Bereits 2017 war er mit Der Mann aus dem Eis (Iceman) in Locarno zu Gast.
Am Tag nach der Premiere trafen wir den Regisseur zum Gespräch – über seine Erfahrungen mit dem Festival und über den Film selbst. Wer Felix Randau begegnet, trifft auf einen sympathischen und zugänglichen Regisseur: offen, nachdenklich und ganz bei der Sache. Man merkt ihm die Begeisterung für sein Handwerk in jedem Satz an. Randau erzählte mit spürbarer Freude von der Arbeit am Film. Die Zusammenarbeit mit dem Schauspielensemble habe er als herausragend erlebt – und überhaupt sei der Dreh erstaunlich zügig und unkompliziert verlaufen.
Ich ist ein anderer verhandelt die reale, bis heute umstrittene Figur Felix Kerstens (gespielt von Claes Bang), Masseur und Vertrauter des SS-Chefs Heinrich Himmler (Martin Müller), der nach dem Krieg für sich beanspruchte, zahlreiche jüdische Häftlinge vor dem Tod bewahrt zu haben – eine Behauptung, die die Geschichtsschreibung nie eindeutig geklärt hat. Ihm gegenüber steht Hedda Wohmann, eine Journalistin aus der Fantasie des Regisseurs, gespielt von Valerie Pachner, die Kersten in einer einzigen Nacht 1952 in einem Nachtzug nach Oslo zur Rede stellt. Im Zentrum des Films steht so die Spannung zwischen den beiden: ein psychologisches Katz-und-Maus-Spiel zwischen einem Mann, der seine eigene Geschichte längst zur Legende geformt hat, und einer Frau, die genau diese Legende zum Einsturz bringen will. Mit der Figur Heddas identifiziert sich Randau nach eigener Aussage besonders. Für die Geschichte hat er sich intensiv mit dem historischen Stoff auseinandergesetzt, bevor er sich an die Ausarbeitung des Drehbuchs machte.
Besonders am Herzen liegen ihm die Fragen, die der Film seinem Publikum stellt: Was ist Wahrheit, und lässt sich das Böse wirklich sauber vom Guten trennen? Randau zeigte sich sichtlich zufrieden darüber, dass sein Film diese Ambivalenz nicht auflöst, sondern aushält – und damit zum Nachdenken einlädt, statt einfache Antworten zu liefern.