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sabato 12 settembre 2020

Emiliano Bruzzone - Lo Scherzatore

 


intervista di Michele Gavazza

Abbiamo intervistato il talentuoso illustratore, vignettista e caricaturista piemontese  Emiliano Bruzzone. Emiliano, ci ha raccontato l’origine della sua passione per il disegno e le vignette






HM: Com'è nata la tua passione per le caricature?



EB: Avevo all'incirca 9 anni e mi fu regalata una raccolta di vignette satiriche di Giorgio Forattini,

assecondando la mia preesistente passione per il disegno. A posteriori trovo che fosse un regalo

strano e curioso da destinare a un bambino delle elementari, ma senza quel input probabilmente

non avrei deciso di approfondire quella che alla fine è diventata una grossa fetta del mio lavoro.

Ho passato un anno intero a ricopiare con la velina una serie infinita di vignette e caricature

dal libro di Forattini (negli anni ho collezionato tutti i suoi libri) fino a diventare pressoché

autonomo, anche se pur sempre autodidatta.

Si può dire che abbia imparato prima a disegnare caricature e poi a disegnare tutto il resto,

con l'aiuto degli studi artistici degli anni successivi.




HM: Da cosa trai ispirazione per una vignetta?

EB: Dipende da quello che voglio comunicare. Per esprimere un'opinione di attualità o politica

è indispensabile essere ben informati su quello che sta capitando nel mondo o intorno a te,

con l'aiuto di giornali o internet. In altri casi, per vignette più "disimpegnate", esprimo pensieri

o idee personali riguardo alla società.

L'aspetto complicato è essere chiari ma anche divertenti, non semplicemente bacchettoni

o moralisti, altrimenti non si riuscirebbe ad attirare l'attenzione nel modo giusto. Se lo spettatore

si immedesima nella situazione, si diverte e riesce anche a riflettere, la vignetta è stata efficace.




HM: Hai dei vignettisti o disegnatori che sono per te un modello?

EB: Tra i vignettisti, Giorgio Forattini è sicuramente stato la più grande ispirazione dei primi anni,

con il tempo mi sono interessato ad autori diversi, anche più particolari dal punto di vista grafico.

Seguo anche Altan, apprezzo molto il suo tratto grottesco e i suoi testi dissacranti e cinici.

Poi mi piace tantissimo Marilena Nardi, ma anche Makkox, Lido Contemori, Beppe Mora,

Pietro Vanessi e ce ne sarebbero ancora tantissimi.

Riguardo ai disegnatori, ci sono in tutto il mondo caricaturisti di altissimo livello che producono

delle vere e proprie opere d'arte. Posso citare Ernesto Priego, Anthony Geoffroy, Pete Emslie,

Jan Op De Beeck, Tom Richmond.....e in italia Riccardo Mazzoli, Achille Superbi, Benny Nicolini 

e il defunto Franco Bruna, tanto per nominarne alcuni che seguo regolarmente.

Più in generale, seguo anche molti fumettisti e cartoonist tra cui Leo Ortolani, Stephen Silver, 

DanieleCaluri, Graham Annable (autore di Grickle), E. C. Segar (autore di Popeye) e mi nutro 

perennemente di cartoni animati (quelli vecchi, che non mi stancheranno mai).





sabato 6 giugno 2020

Romina De Novellis - Performance come sintesi tra danza e antropologia.

La Sacra Famiglia Napoli 2016 © photos DE NOVELLISBORDIN 2015


Intervista di Michele Gavazza

Abbiamo intervistato l'artista e performer Romina De Novellis, ecco cosa ci ha raccontato:

HM: Hai una formazione di alto livello come ballerina e anche lauree in Sociologia e Antropologia, che peso hanno i tuoi studi nel percorso come artista performativa?

RDN: La danza è ormai un’esperienza lontana nel tempo. Chiaramente però è stata importantissima per poter in seguito lavorare sulla resistenza fisica, sul gesto essenziale e asciutto, sulla presenza e sul corpo come materia.
L’antropologia è il mio terreno di indagine e di ricerca. Parto dagli studi in antropologia per capire le dinamiche del Mediterraneo e cercare di tradurle attraverso il mio lavoro.
Il corpo in antropologia è un argomento centrale per capire le pratiche e le soluzioni che in alcuni casi hanno permesso alla differenza di integrarsi nel contesto sociale. Penso che la danza e l’antropologia possano dialogare in strettissima correlazione e credo che la performance sia l’essenza di questo incontro.

    HM: I tuoi lavori sono molto fisici, le performances durano anche 12 ore, come ti prepari a livello fisico e mentale?

RDN: Ho una pratica quotidiana, che viene appunto dalla danza. La preparazione è totale e completa. Ogni giorno mi dedico al lavoro intellettuale e fisico. Non si tratta di eseguire degli esercizi o di svolgere un allenamento quotidiano, si tratta di proiettare la mia pratica fisica in un contesto di ricerca e di riflessione.
Prendo tantissima ispirazione dai bambini gravemente autistici a cui da diversi anni dedico gran parte della mia pedagogia. Grazie alle mie ricerche in antropologia e alla mia pratica di performer, ho integrato la differenza nel mio campo d’azione e nei miei studi quotidiani.

    HM: Hai portato i tuoi lavori in giro per il mondo, rimanendo comunque molto legata alle tue origini. Quanto conta il luogo nelle tue performances?
RDN: Quasi tutti i miei lavori si installano nello spazio metropolitano e nel contesto urbano. Il Mediterraneo è fonte di ispirazione teorica e artistica, mi interessa la posizione dell’Italia in un contesto Occidentale ma con questo affaccio diretto sul Mediterraneo, un braccio teso verso l’Africa che purtroppo troppe volte è stato risolto in un’apertura o chiusura dei porti, senza considerare le dinamiche sociali e demografiche che sono alla base di questi problemi. Le mie performance, in maniera poetica e estetica, raccontano questi mondi, testimoniano il tempo presente e danno voce a chi non ha diritto di parola.

    HM: Come stai trascorrendo la quarantena?
RDN: Ho dato vita al progetto #chezmaddalena, un’installazione partecipativa e una performance serale del confinamento. Durante la quarantena ho proiettato tutte le sere dalla stanza di mia figlia Maddalena a Parigi, film, video, documentari da tutto il mondo. Ogni sera interveniva un curatore internazionale che a sua volta proponeva un paio di artisti, a volte sono stati i ricercatori a proporre le proiezioni. Durante 52 giorni ho invitato un centinaio di artisti e curatori internazionali, tutti insieme abbiamo condiviso un’azione di resistenza nei confronti della crisi e del pochissimo spazio che l’arte e la cultura occupano in questo periodo di precarietà certamente fisica, poi economica, ma che sta già diventando sociale. Una società che vuole curarsi, interviene sulla cultura e sull’educazione, è soltanto attraverso la crescita della sensibilità e delle menti delle persone che possiamo farci tutti carico della crisi. Il mio confinamento e la condivisione nello spazio pubblico, sulla facciata del palazzo di fronte alla stanza di mia figlia, ha permesso la condivisione delle riflessioni comuni, la condivisione delle angosce che il COVID-19 ha creato in noi tutti e l’importanza delle relazioni che l’arte deve avere con lo spettatore (i miei vicini di casa) e viceversa. Non può e non deve esistere un’arte invisibile, ridotta a un link su internet. L’arte deve continuare ad essere tangibile, deve continuare a sensibilizzare il pubblico, ad accompagnare il pensiero in prospettive sempre più profonde e lontane. L’arte non deve subire il confinamento, i nostri politici dovrebbero fare lo sforzo di risolvere la relazione tra l’arte come evento, che rende fragile la presenza dello spettatore in tempi virali, e l’arte come produzione, educazione, prospettiva, pensiero. Tutti questi elementi, che compongono le dinamiche artistiche, sopravvivranno a qualsiasi pandemia se sufficientemente accompagnati e sostenuti, è su queste che si deve investire. Al momento sia in Francia che in Italia, non mi sembra siano questi gli obiettivi dei nostri politici, l’indifferenza e la superficialità nei confronti dei lavoratori dei diversi settori dell’arte creano un imbarbarimento sociale e un impoverimento delle culture. In Italia, soprattutto, sono profondamente amareggiata di sentir parlare in televisione e dagli animatori televisivi di investire nell’arte e di credere negli artisti. Penso che i linguaggi della televisione e dell’intrattenimento abbiano altri disagi in questo momento storico, hanno quindi altri diritti. L’arte e la cultura sono indipendenti e come tali devono essere trattate in altre sedi e da altre persone. In Francia questa distinzione è davvero molto chiara, tale differenziazione non minimizza alcun percorso e, al contrario, ponendosi in maniera chiara e logica nei confronti dei diversi linguaggi, evita disparità e incoerenze.

 il Gioco della Campana

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Luna Park 1-2-3 Naples 2018




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