lunedì 31 agosto 2026

Valerio Mastandrea (Armony) - Locarno 79


Foto e intervista: © Christian Righinetti 2026

Negli scorsi giorni, a margine del Film Festival di Locarno abbiamo potuto incrociare Valerio Mastrandrea per fargli qualche domanda

HM: Valerio, cosa ha significato per te presentare Armony al Locarno Film Festival?

VM: Presentare un film a Locarno è sempre una grande emozione, soprattutto in Piazza Grande, davanti a un pubblico così numeroso e attento. È un luogo in cui il cinema viene vissuto come un’esperienza collettiva. Per chi ha lavorato al film è anche un’occasione preziosa per capire immediatamente se la storia riesce davvero a raggiungere le persone.

HM: In Armony interpreti un uomo abituato alla solitudine. Come descriveresti il tuo personaggio?

VM: Armony è un uomo di cinquantacinque anni, un ex camionista che ha scelto di vivere ai margini e di mantenere una certa distanza dagli altri. La sua quotidianità cambia completamente quando si ritrova a occuparsi della nipote Carlotta. Questo incontro lo costringe a uscire dal proprio isolamento e a confrontarsi con emozioni e responsabilità che aveva sempre cercato di evitare.



HM: Qual è, secondo te, il tema centrale del film?

VM: Il film parla soprattutto di famiglia, ma non necessariamente di quella tradizionale. Racconta come persone sole e molto diverse tra loro possano incontrarsi, sostenersi e costruire nuovi legami. È una storia sull’accoglienza, sulla responsabilità e sulla possibilità di cambiare quando qualcuno entra improvvisamente nella nostra vita.

HM: Come ti sei preparato per interpretare un personaggio così riservato e poco incline a esprimere i propri sentimenti?

VM: Ho cercato innanzitutto di non giudicarlo e di comprenderne i silenzi. Armony non è una persona che riesce a spiegare facilmente quello che prova: comunica soprattutto attraverso piccoli gesti, esitazioni e sguardi. Per interpretarlo è stato importante lavorare sulla sottrazione, evitando di rendere esplicito tutto ciò che il personaggio porta dentro di sé.

HM: Com’è stato lavorare con il regista Dario Albertini?

VM: Dario possiede uno sguardo molto umano e rispettoso nei confronti dei suoi personaggi. Racconta persone che spesso rimangono ai margini della società senza trasformarle in caricature e senza giudicarle. Sul set abbiamo cercato di mantenere questa delicatezza, lasciando spazio anche alla spontaneità e alle relazioni che si creavano tra gli attori.


HM: Che cosa ti piacerebbe rimanesse al pubblico dopo la visione di Armony?

VM: Mi piacerebbe che il pubblico uscisse dalla sala con una maggiore attenzione verso le persone che incontra. Spesso giudichiamo una persona o una famiglia in base alle apparenze, mentre i legami più autentici possono nascere nelle forme più inattese. Il film ci ricorda che prendersi cura di qualcuno può cambiare profondamente anche noi stessi.

HM: Ti faccio una domanda su un grande film che hai girato qualche anno fa, più esattamente 20 anni fa, "Palermo Milano – Solo andata" eri un giovane attore agli inizi della carriera. Che ricordo conservi di quel film e quanto pensi sia cambiato il tuo modo di recitare da allora?


VM: Conservo un ricordo molto affettuoso di quell’esperienza, perché ero giovane e stavo ancora cercando di capire quale potesse essere il mio posto nel cinema. Interpretavo Tarcisio Proietti, un agente di scorta, e lavorare accanto ad attori già affermati rappresentò per me una vera scuola. All’epoca recitavo soprattutto seguendo l’istinto; oggi possiedo maggiore esperienza e consapevolezza, ma cerco sempre di conservare la curiosità e la spontaneità di quel giovane Valerio.

HM: E da ultimo, cosa ne pensi del tuo ritorno Film Festival di Locarno?

VM: Credo che festival come Locarno abbiano un ruolo fondamentale, perché possono accompagnare e tutelare il percorso dei film più piccoli e coraggiosi. Non si tratta di protezionismo, ma di offrire spazio a un cinema italiano diverso, che spesso fatica ad arrivare al pubblico. Un festival dovrebbe aiutare questi film a essere visti, conosciuti e sostenuti anche dopo la loro presentazione. 


venerdì 21 agosto 2026

"Il Cileno" di Sergio Castro San Martín - Locarno 79

Foto e testo: © Michele Gavazza 2026

 

Presentato in anteprima mondiale al 79° Locarno Film Festival nella prestigiosa cornice di Piazza Grande, "Il Cileno", diretto da Sergio Castro-San Martín, è un’opera intensa che unisce il dramma intimo della memoria al ritratto storico dei conflitti politici degli anni Settanta. Frutto di una coproduzione tra Italia, Cile e Svizzera, il film racconta l'esilio e il trauma collettivo attraverso una prospettiva personale ed evocativa.



La trama, liberamente ispirata alla vicenda reale di Aldo Marín, segue un giovane militante socialista ed esperto in esplosivi che, nel 1976, scappa dal regime di Pinochet dopo le proteste dei minatori in Cile. Rifugiatosi a Torino durante gli anni di Piombo, Aldo (interpretato da Camilo Arancibia) cerca di integrarsi e ricostruire la propria vita, schiacciato dal peso dello sradicamento e dai fantasmi della patria. La sua routine quotidiana cambia drasticamente quando incontra Luciana (Sara Serraiocco), una dottoressa legata agli ambienti anarchici che pratica aborti clandestini. Luciana gli prospetta la possibilità di ricongiungersi con la propria famiglia in cambio del suo talento nell'arte di fabbricare bombe, riaprendo così una ferita profonda tra la ricerca della pace e il richiamo della lotta ideologica.




Tra i principali elementi di forza dell'opera spiccano la regia e la scrittura, curate dallo stesso Castro-San Martín insieme a Simona Nobile. Il regista adotta uno stile essenziale e rigoroso, con una macchina da presa che resta costantemente vicina ai volti e ai silenzi dei protagonisti. La prova recitativa di Camilo Arancibia offre un'interpretazione trattenuta e sofferta, supportata da un solido cast che include Sara Serraiocco, Gaetano Bruno e Lorenzo Richelmy. Anche il comparto tecnico gioca un ruolo cruciale: le musiche di Zeno Gabaglio e la fotografia d'atmosfera riflettono efficacemente il senso di isolamento, mentre la cura sonora restituisce la tensione costante vissuta dall'esule.





Sul fronte delle criticità, la narrazione adotta un ritmo deliberatamente denso e sospeso che può mettere alla prova chi cerca una struttura drammatica più convenzionale. Inoltre, alcune dinamiche dei personaggi secondari rimangono accennate sullo sfondo per dare priorità all'esplorazione psicologica del protagonista. In conclusione, "Il Cileno" si rivela un lavoro maturo sul tema della memoria storica, dell'identità e dell'impossibilità di recidere del tutto il legame con la propria terra. Un'opera toccante che si inserisce perfettamente nella tradizione di Locarno nel far emergere narrazioni capaci di interrogarci sul presente.

sabato 15 agosto 2026

Peter Brunner - Locarno 79



Interview, video and photos © Elisa Pozzoli 2026


 Spotlight on “Down the Arm of God” at the 79th Locarno Film Festival. This is a powerful feature film exploring homelessness in Texas. The Austrian director Peter Brunner and  Caleb Landry Jones spent years with homeless people in order to understand their struggles: the voices of the homeless form the heart of this film. A young pastor – played with incredible transparency by Caleb Landry Jones – goes through a harsh winter in a small Texas town, where his mission to help the homeless is faced with resistance by his congregation, exposing deep-seated prejudices. It’s a moving and powerful drama, inspired by real stories, at a time when homeless people are increasing around the world and Brunner’s film asks for solidarity and empathy for them. The film could not be more timely, because the effects of climate change really threaten thousands of homeless. The project has reunited the celebrity Caleb Landry Jones with Brunner (after “To the Night) and the producer Luc Besson (who directed him in “Dracula. A Love Tale” and “Dogman”).  I have met Caleb and Peter together with part of the cast: India Marie Cross, John P.W. Jones, Kip Lee Billups, Christopher Israel and Bart Guthrie. Peter Brunner tells Hastagch that: «what inspired me the most was when Caleb and I met the homeless people after we wrote the script». 



Caleb Landry Jones about the collaboration with Brunner: «We developed a real friendship, a real trust and respect for each other and for what we do». Christopher Israel assures that «this trust is contagious».


Caleb Landry Jones and Peter Brunner

About the homeless people that took part in the film, India Marie Cross adds: «As an actress I was very enlightened by their performance, even if they weren’t professional actors»; according to her, this film is «a humanitarian project».


India Marie Cross

«It’s real life, real experiences» are the words of John P.W. Jones, while Burt Guthrie adds:  «We had to bear many difficulties, however Peter managed to keep everyone at ease». 

John P.W.Jones and Christopher Israel


According to Kip Lee Billups «the whole team was wonderful to work with». 


mercoledì 12 agosto 2026

Felix Randau - Locarno 79


 Foto und Video © Michele Gavazza 2026

Interview und Texte © Beatrice Gavazza 2026


Am 7. August 2026 feierte Ich ist ein anderer von Felix Randau seine Premiere auf der Piazza Grande in Locarno – jener grossen Freiluftbühne, die zu den bekanntesten Spielorten des Festivals zählt. Für Randau, der Regie führte und gemeinsam das Drehbuch schrieb, war es nicht der erste Auftritt am Festival: Bereits 2017 war er mit Der Mann aus dem Eis (Iceman) in Locarno zu Gast.

Am Tag nach der Premiere trafen wir den Regisseur zum Gespräch – über seine Erfahrungen mit dem Festival und über den Film selbst. Wer Felix Randau begegnet, trifft auf einen sympathischen und zugänglichen Regisseur: offen, nachdenklich und ganz bei der Sache. Man merkt ihm die Begeisterung für sein Handwerk in jedem Satz an. Randau erzählte mit spürbarer Freude von der Arbeit am Film. Die Zusammenarbeit mit dem Schauspielensemble habe er als herausragend erlebt – und überhaupt sei der Dreh erstaunlich zügig und unkompliziert verlaufen. 





Ich ist ein anderer verhandelt die reale, bis heute umstrittene Figur Felix Kerstens (gespielt von Claes Bang), Masseur und Vertrauter des SS-Chefs Heinrich Himmler (Martin Müller), der nach dem Krieg für sich beanspruchte, zahlreiche jüdische Häftlinge vor dem Tod bewahrt zu haben – eine Behauptung, die die Geschichtsschreibung nie eindeutig geklärt hat. Ihm gegenüber steht Hedda Wohmann, eine Journalistin aus der Fantasie des Regisseurs, gespielt von Valerie Pachner, die Kersten in einer einzigen Nacht 1952 in einem Nachtzug nach Oslo zur Rede stellt. Im Zentrum des Films steht so die Spannung zwischen den beiden: ein psychologisches Katz-und-Maus-Spiel zwischen einem Mann, der seine eigene Geschichte längst zur Legende geformt hat, und einer Frau, die genau diese Legende zum Einsturz bringen will. Mit der Figur Heddas identifiziert sich Randau nach eigener Aussage besonders. Für die Geschichte hat er sich intensiv mit dem historischen Stoff auseinandergesetzt, bevor er sich an die Ausarbeitung des Drehbuchs machte.

Besonders am Herzen liegen ihm die Fragen, die der Film seinem Publikum stellt: Was ist Wahrheit, und lässt sich das Böse wirklich sauber vom Guten trennen? Randau zeigte sich sichtlich zufrieden darüber, dass sein Film diese Ambivalenz nicht auflöst, sondern aushält – und damit zum Nachdenken einlädt, statt einfache Antworten zu liefern.

Valerio Mastandrea (Armony) - Locarno 79

Foto e intervista: © Christian Righinetti 2026 Negli scorsi giorni, a margine del Film Festival di Locarno abbiamo potuto incrociare Valerio...